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12/05/2003
Intervista tratta da www.rockol.it
Claudio Baglioni
Un nuovo disco , un nuovo giro
di concerti negli stadi: il ritorno in grande stile del cantautore
romano...
Tra meno di un mese uscirà il suo nuovo album "Sono io, l'uomo
della storia accato, e Claudio Baglioni è visibilmente stanco ma
appagato. L'incontro con Rockol è avvenuto negli studi milanesi nei
quali il cantautore romano è alle prese con le ultime cure del
disco, alla ricerca di effetti elettronici che mirano alla
suggestione. Tra un'occhiata al passato e uno sguardo al futuro,
Baglioni si lascia andare a significative anticipazioni sull'album,
sul tour e sulla sua vita: "Tra qualche mese mi laureo in
architettura finalmente, così poi non farò più il cantante",
dice ironico. Prima che ciò accada - e con i dovuti scongiuri -
abbiamo cercato di saperne di più sul lavoro del futuro architetto.
Sta per uscire il tuo nuovo album, che disco dobbiamo aspettarci?
L'album uscirà entro maggio, non il 16, perché farlo uscire il
giorno del mio compleanno mi sembrava un po' disgustoso (ride). E'
un disco fatto a mano, molto suonato, anche se la parte finale è
ricca di effetti elettronici, di ricerca di sonorità particolari. E
poi, siccome con l'andare avanti del tempo l'unica vera angoscia non
è più il successo o l'insuccesso, ma è terminare il lavoro e
doverlo consegnare, fino all'ultimo istante siamo tecnicamente nella
condizione di intervenire anche su brani chiusi, qualora ci fosse un
intervento musicale che non convince più, una nota cantata male,
una parola che è meno efficace di un'altra che si trova all'ultimo
momento.
Fino alla pubblicazione, quindi, il tuo disco non può dirsi
concluso?
Sì, io lavoro così. Nel precedente disco che ho fatto tre
canzoni le ho ricantate addirittura durante il mastering, l'ho fatto
per evitare di andare a casa di ogni singola persona a dire: qui
avrei voluto dire questo e non quello che c'è nel disco (ride).
Questo perché forse c'è anche una forma di ingenua presunzione per
la quale uno vorrebbe essere infinito, non finire mai.
Dal primo singolo, "Sono io", si intuisce un
cambiamento rispetto agli ultimi lavori. Sei passato da un
linguaggio più ermetico a uno più diretto e comunicativo, è così?
Ho l'impressione che la voglia e il tentativo di scrivere in
maniera più diretta, di gettare un ponte tra me e chi dall'altra
parte è disposto e ha voglia di ascoltarmi si siano trasferiti nel
risultato finale del disco. Non parlo solo del singolo anche perché
il disco è, secondo me, plurale e per questo sono in difficoltà a
ragionare per singoli. Comunque mi sembra un album diretto, che ha
in sé la ricerca della semplicità. E', inoltre, il disco più
rapido che io abbia fatto fino ad oggi, almeno dal punto di vista
della realizzazione.
In quanto tempo lo hai fatto?
Saranno stati solo sette/otto mesi di lavoro e rispetto ai
due/tre/quattro anni che abitualmente ci impiego... Oddio, io avevo
addirittura pensato di farlo in un tempo ancora più breve, come
un'istantanea, però magari sarà un progetto della prossima volta.
Dicevi che è un disco plurale, lo è anche dal punto di vista
musicale?
Ci sono molte facce sia dal punto di vista dei contenuti che da
quello musicale. E' un disco musicalmente articolato, in certi
momenti addirittura sinfonico, in altri assolutamente leggero,
intendo dire molto magro, molto scarno. E' un disco vero dal punto
di vista delle sonorità, c'è poca elettronica che serve a creare
stati d'animo, non è palese, è subliminale, serve a portare meglio
l'avanzamento del brano, serve a creare una sorta di suggestione
nascosta.
Dei contenuti cosa puoi anticiparci?
E' un disco d'amore, fatto di canzoni d'amore in senso classico
e più in generale di canzoni d'amore per il mondo, nel tentativo di
amarlo meglio e di amarlo di più. Cosa che non ho detto per
quindici anni, perché solo dire la parola amore mi disgustava, mi
dava fastidio; adesso dico forte che darsi più amore è l'unica
speranza. Mi piacerebbe che chi lo ascoltasse ricevesse questo
messaggio, almeno io ho provato a fare un disco che traboccasse
d'amore. E poi c'è il bisogno di identità, tradotto in "Sono
io", ma praticamente presente in tutto l'album.
Cosa intendi per bisogno di identità?
Una ricerca di un io di nuovo riconoscibile, in seguito alla
sensazione un po' umiliante degli ultimi tempi. Dalle piccole storie
private alle grandi storie dell'umanità, l'io è scomparso
completamente rispetto a una sorta di voi non meglio identificato,
che poi viene definito da un io che comanda un po' più degli altri.
In questo album, invece, c'è una ricerca di identità personale, di
riconoscibilità.
E' per questo che hai scelto di dare risalto alla parola
"io" all'interno del tuo nome e cognome anche nella
grafica delle locandine del tour?
Sì, e poi è una parola che a me piace molto graficamente,
perché è formata praticamente da un cerchio e un rettangolo.
Inoltre mi piace perché lì dentro c'è un po' tutto, insomma l'io,
che non è un ego, è una ricerca di se stessi, proprio perché
musicalmente credo di cominciare da me in questo lavoro. Adesso non
so quanto ancora avrò la ventura di fare dischi e persino di
cantare, per cui non posso fare progetti, però se dovessi fare
tutto questo per un altro decennio, potrei inaugurarlo proprio con
questo album, ricominciando da me, smettendo di andare a cercare
qualcun altro e qualcos'altro, ma guardandomi indietro per guardare
meglio avanti.
Vuoi dire che quello che stai per pubblicare è un album di
partenza?
Non direi. Secondo me è un disco di arrivo, in cui io vado a
cercare quello che ho fatto nei 35 anni della mia onorata carriera e
cerco di riportarlo a oggi, con i musicisti di oggi, con la
maturazione di oggi o anche con qualche piccola confusione che anche
oggi è dentro di me.
Confusione?
Per i diversi ruoli che occupo, tra compositore, autore,
cantante, coarrangiatore. Per cui faccio anche fatica a metterli
tutti insieme e c'è una specie di gioco interno per il quale io do
delle colpe a uno di me per le cose che mettono in difficoltà
l'altra parte.
Parlavi dei tuoi 35 anni di carriera, come li vedi oggi?
A parte i primi cinque anni vissuti cercando di ottenere
successo, da un certo punto in poi la mia carriera è scandita da
decenni che in maniera compatta traducono le mie scelte. Gli anni
'70, per esempio, sono caratterizzati da temi post adolescenziali;
negli anni '80 c'è la possibilità attraverso "Strada
facendo" e "La vita adesso" di raccontare una vita
oggettiva, che sta sotto gli occhi di tutti; negli anni '90 ci sono
tre dischi molto complessi e molto architettati, tutti e tre di
ricerca. Ora mi sembrava arrivato il momento di ricominciare da me.
Per i live, negli ultimi anni hai fatto una scelta minimalista
esibendoti da solo nei teatri. Perché adesso hai deciso di tornare
nuovamente alla liturgia degli stadi?
Secondo me sono i salti ad essere importanti, al di là del
successo e dell'insuccesso. La sensazione di affrontare qualcosa che
ti impegna, che è veramente nuovo e che ti solidifica è
inebriante, perché stai dicendo alle persone: vi sto offrendo un
invito diverso, se volete venire, andiamo a fare una gita da
un'altra parte, non vi porto sempre a vedere il solito pezzetto di
panorama... Questo è importante veramente per continuare a
lavorare, altrimenti questo mestiere si potrebbe farlo benissimo, se
si è fortunati, per quindici anni, in cui uno ha l'energia vera,
creativa, e poi con molta dignità ci si dovrebbe ritirare.
Altrimenti si rischia di diventare una macchietta, una vignetta di
se stessi, nel tentativo di non voler assomigliare tutta la vita a
quello che si era trent'anni prima, con usi inverosimili di
qualunque cosa, anche di pancere...
I grandi spazi degli stadi richiederanno un grande impegno...
E' vero e in questa occasione io avrei preferito avere uno
spazio non così grande, proprio perché so che è veramente
impegnativo specialmente per chi viene a partecipare, non tanto per
me. Chi fa il concerto sta su un palco contornato da musicisti, è
chi viene a vederlo che deve essere messo in condizioni di farlo al
meglio. Mi ricordo ancora, nel '98, il concerto allo stadio
Olimpico, decisi di farlo al centro, perché se l'avessi fatto da
una parte, l'ultimo spettatore sarebbe stato quasi a 300 metri e per
vedermi avrebbe dovuto usare praticamente il satellite. Comunque lo
stadio è l'unico ambiente recintato in grado di accogliere tanta
gente, per quanto questi stadi italiani siano orribili, perché sono
gabbie con steccati e fili spinati.
I tuoi concerti sono stati annunciati come spettacolari, cosa
stai preparando?
Lo stadio è grande e non puoi pensare di fare uno spettacolo
piccolo, tutto deve essere estremamente sottolineato, esagerato, non
può essere meno che grande. Nel grande, poi, devi trovare un motivo
spettacolare, dando per buono che la musica che fai è la tua
musica, che i musicisti sono bravi, per il resto devi pensare agli
occhi, all'emozione complessiva. Io ho fatto parecchio in questo
senso, sono uno di quelli che in Italia si è dato più da fare dal
punto di vista dello spettacolo. Stavolta, però, l'impegno non è
tanto quello di fare ancora di più. L'altro giorno, un amico al
quale esprimevo alcuni miei dubbi mi ha detto: "Guarda che se
Bubka dovesse tutte le volte saltare mettendo l'asticella più su a
quest'ora dovrebbe saltare un chilometro e mezzo in alto. Per cui ti
dovrebbe andar bene anche se salti sempre la stessa quota, ma ti
dovresti anche abituare a saltare due o tre centimetri in
meno".
In cosa consisterà la spettacolarizzazione del concerto?
La verità è che non posso dirlo, perché per la prima volta
nella mia storia, il concerto non è definito in partenza, e questa
è la cosa che più mi sta entusiasmando del tour. Sono definite le
parti musicali, ma non è definita tutta la spettacolarizzazione. Mi
spiego meglio: una ottantina di persone saranno sempre le stesse in
ogni concerto, ma molti degli altri partecipanti e molti dei
figuranti - cioè coloro che stanno tra pubblico e protagonista -
sono trovati nella località, quindi c'è un incontro con la gente
del posto che entra a far parte del concerto. Lo spettacolo si
completerà via via. Ci sono cose che abbiamo preventivato, ma io
spero nelle meraviglie, nelle cose che possano leccare gli occhi,
per cui io stesso vado incontro in ogni concerto a qualcosa di nuovo
e di artistico.
Come sceglierai i partecipanti e i figuranti occasionali?
E' un lavoro che non sto ancora facendo in prima persona, perché
mi sto attardando sul disco, ma lo stanno facendo Luca Tommassini e
Pepi Morgia, con l'aiuto di alcuni assistenti. Si stanno muovendo più
che altro nei canali di professionisti o semiprofessionisti, ma
anche di persone che a livello amatoriale fanno delle performance,
delle prestazioni, dal circense fino all'acrobatico, allo sportivo.
Tra l'altro anche dal punto di vista scenografico c'è una ricerca
particolare svolta attraverso le accademie delle belle arti e di
arti figurative.
Oltre alla tua band, ci saranno anche altri musicisti con te sul
palco?
Ci sarà un'orchestra con le varie sezioni: di archi, di legni e
di percussioni, oltre appunto alla classica band pop rock.
Inizialmente anche l'orchestra doveva essere scelta in ogni località,
però si è temuto di non riuscire ogni volta a concertare, perché
se coreograficamente puoi interpretare, la musica non è un'opinione
e certe cose non puoi suonarle in tonalità diverse. Così porteremo
in giro un'orchestra fissa di quarantadue elementi.
Quanto durerà lo spettacolo?
Circa tre ore. Capisco che non è poco, però mi sembra ci sia
gente che aspetta una cosa del genere da mesi. Vedo questo concerto
un po' come quest'ultimo album, nel senso che io vorrei raccontare
il più possibile e chiaramente quello che ho fatto finora, quindi
serve un po' di tempo, perché faccio questo mestiere da parecchio.
Uno spettacolo così lascia immaginare un grande dispendio
economico. Cosa ti ha spinto ad investire così tanto?
C'è innanzitutto un discorso personale e individuale. Se tutto
quello che si ricava da questo mestiere fortunato e di privilegio c'è
chi sceglie di metterlo da parte o di investirlo in altri settori,
non so, in culture di kiwi per esempio, io sono probabilmente tra
quelli meno ricchi, proprio perché nel tempo c'è sempre stata
questa riconversione all'interno del mio stesso mestiere. Non so da
cosa provenga questa scelta, forse perché ho avuto il successo
quando meno me lo aspettavo, sento di aver ricevuto come un grande
regalo, e così cerco tutta la vita di meritarmelo. Poi c'è un
altro aspetto, che è il vero successo del mio mestiere, non certo
quello dei privilegi, ma quello di natura sentimentale: io ho avuto
l'affetto di persone alle quali non ho mai dato nulla sul piano
individuale, personale. Nei momenti di dubbio e di crisi, perché
comunque in qualsiasi lavoro ci sono dei giorni drammatici in cui
sembra che il mondo stia scoppiando intorno a te, mi vado a
rileggere per esempio una lettera, alla quale non rispondo mai per
motivi di imbarazzo e di pudore, che mi commuove e mi fa capire che
qualcuno mi ha dato quello che veramente è più grande di qualsiasi
somma: il suo tempo e il suo affetto. E penso che questo io lo debba
rimettere tutte le volte in gioco.
(Paola De Simone)
(12 Mag 2003) |