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Interviste

Specchio allegato al quotidiano La Stampa del 25 ottobre 2003
Strada facendo ho raggiunto la saggezza
Ha smesso di fumare. Crede nella tolleranza. Pensa di essere migliorato come padre. Alla vigilia del nuovo tour, il cantautore romano esce dal guscio. E dice la sua.
di Marinella Venegoni foto di Alessandro Dobici

Malgrado l’indubbia popolarità, e i 35 anni di carriera musicale, l’uomo è rimasto misterioso, e sempre un pò guardingo. In tanti decenni e innumerevoli canzoni, non si ricorda una straccio di polemica che l’abbia avvolto, né un’amicizia femminile che abbia suscitato non dico scandalo ma un qualche frission; al suo fianco c’è stata la moglie, Paola Massari, e ora da una decina d’anni, Stefania Barattolo. Stop. Non parliamo poi di militanze politiche, chè fra tutti i suoi colleghi è quello che è più rimasto ai margini del circo mediatico, eroe senza causa e senza mai firme sui manifesti: a 52 anni, Claudio Baglioni resta l’artista italiano del profilo basso.

Fisico aitante e coltivato, capello sale e pepe, Baglioni ha un bel senso dell'ironia che tiene pudicamente nascosto; non si sa quanto questa lo aiuti ora, in una fase artistica indefessa ancorché delicata. L'ultimo complesso album, Sono io, nell'estate nella hit-parade, è stato superato dal ben più nazional-popolare 9 di Ramazzotti. Dopo gli otto concerti negli stadi, arricchiti da folle di figuranti che neanche ai Giochi olimpici, il cantautore si appresta all'ennesima rentrée nei palasport, con debutto il 21 novembre al Palastampa di Torino.

Per quali italiani pensa ci cantare oggi, Claudio?

«Anche se non ho un osservatorio sociologico, fino a poco tempo fa pensavo di cantare per coloro che spesso hanno più domande che risposte da dare, per chi urla meno e non ti passa davanti nelle file. Le persone più attente all'approfondimento, insomma, e senza preconcetti: i meno rappresentati. Ma sono tentativi di analisi, perché è impensabile sapere per chi si canta».

Lei si senta più italiano o più europeo?

«È faticoso essere tutti e due, bisogna avere una cultura dell'appartenenza e in fondo uno potrebbe essere anche qualcos'altro. Però mi sento sufficientemente italiano, lo sono nel mio modo di esprimermi legato ad alcune tradizioni. Sono sempre più convinto che l'individuo sia alla base di tutto, superiore a qualunque congrega, setta, partito. Il concetto di europeo è molto vago e un po' aristocratico, per ora».

Segue il dibattito politico o tende pensare ad altro?

«Cerco di capirci. Come diceva il buon Gaber, è importante dal punto di vista individuale partecipare: ma sono sempre più deluso di fronte al linguaggio politico e al clima basso e superficiale. C'è l'invasione della politica in qualunque ambito, ogni assunto va collocato a destra o a sinistra, il che fa perdere a ogni cosa i veri connotati. È una riunione di condominio continua, che finirà per stancare anche quelli che si appassionavano».

È favorevole al voto agli immigrati?

«Se per l'immigrato si intende uno a pari titolo del residente, certo che sì. D'altra parte il futuro del mondo è l'incontro fra persone».

Le dà fastidio il conflitto di interessi?

«È ormai uno sport molto praticato non solo in politica, e visto che il problema c'è, bisogna risolverlo e non tenerlo lì per sempre. C'è molta economia nella politica nei nostri tempi, è anche questo è un conflitto».

Non c'era la sua firma sul documento dei 29 artisti che si sono ribellati alla frase di Fini: «attenti, cantanti, a propagandare la droga nei concerti».

«Nessuno mi ha chiesto di aderire. Ma non possiamo nasconderci che nei Sessanta-Settanta si diceva che la droga era una via di liberazione. Certi personaggi hanno rappresentato un esempio che non si dovrebbe dare».

Facciamo dei nomi?

«Persino i Beatles e i Rolling Stones, che non erano trasgressori a mano armata; e molti dell'easy listening, nonché artisti scomparsi come Jimi Hendrix e Jim Morrison. Forse era anche un atto involontario, in clima dei figli dei fiori, fatto in completa buona fede, perché era un simbolo di emancipazione. Ora si spaccia che sia illiberale mettere sull'attenti giovani e meno giovani sull'uso delle droghe: io penso di no. Il rimedio non è mai solo opposizione, e non è con lettere e contro lettere che si discute del tema».

Lei è a favore o contro la distinzione fra droghe pesanti e droghe leggere?

«La distinzione va fatta: abbiamo bisogno di classificarle. non si possono mischiare anche dal punto di vista degli eventuali rimedi punitivi; sono due passaggi diversi, ma io non sono uno che dice che la droga leggera non fa niente. Spesso ha introdotto a droghe più pesanti e comunque alimenta la delinquenza».

Ma non si è mai fatto uno spinello, Baglioni?

«Ovvio che sì, da ragazzino, per conquistare una ragazza. Ho anche cominciato a suonare, per conquistare una ragazza».

Cosa farà dopo il tour?

«Vorrei scrivere un pò di canzoni, ma ormai navigo a vista. Questo mestiere benedetto dal cielo a volte è troppo sistematico: bisogna creare sorprese. Bisognerebbe farlo durare non più di una quindicina d'anni. così strano com’è, con il pubblico come capufficio. È frustrante, per la creatività: o ti inventi dei rischi, e rimetti al centro la posta, o sennò sei sul viale del tramonto anche se pensi di stare in autostrada».

Lei ha l’orror vacul?

«Prima per nulla. Ora ogni tanto si affacciano le questioni del vuoto e della solitudine. Ma non ne sono troppo afflitto. Non so come facciano i cantanti lirici, con tutti quei calendari fitti di impegni per anni. A me verrebbe l'angoscia. Viviamo come se fossimo eterni, la sistemazione del futuro è la negazione del futuro».

Di lei non si sa nulla. Hobby per esempio?

«Evidenti, no. Un tempo, ogni giorno, cominciavo una collezione che poi durava tre giorni. Mi procuravo il materiale, immagazzinavo know-how e poi smettevo. Diventerebbe una malattia perniciosa, si arriverebbe al delirio. Ho smesso di fumare per collezione, io: collezionavo giorni nei quali non fumavo, finché ho smesso».

Anche nei suoi rapporti con la politica c’è sempre stata incertezza. Democristiano, poi socialista, dicevano.

«Nel 1969-70 ero considerato un estremista di sinistra. Poi misero il mio nome nella campagna contro il divorzio per il referendum del 1974, e da lì fui considerato prima democristiano, poi socialista, poi comunista. La storia vera è che nei miei anni scolastici ero abbastanza di sinistra ma non filosovietico: cercavo di moderare i conflitti fra destra e sinistra e mi menavano sempre. il mio voto è sempre andato nell'area di sinistra, dai radicali agli ambientalisti».

E oggi?

«Starei ancora con progressisti e riformatori, ma trovo che i personaggi popolari debbono essere le sentinelle del potere e del contropotere. Non credo all'artista con gli slogan».

Lei ha un figlio di 21 anni, Luigi. Che padre è?

«Discreto, ma avrei dovuto dedicargli più tempo. La musica ci ha rimessi insieme: lui studia giurisprudenza, ma suona la chitarra, e anche bene. Ha studiato chitarra classica e suona in un gruppo heavy metal, pensi. Prima di ogni spettacolo lo chiamo, ci dobbiamo scambiare frasi magiche. Ha un carattere delicato e sensibile, ma anche se è figlio unico non è introverso».

Come vede il futuro, Claudio? E’ sul forever young oppure è disposto ad accettare i ritmi della natura?

«Ho cominciato da ragazzo di pianura, ora sono uomo di salita. Un pò, da popstar, spero di essere foreveryoung e di non perdere la capacità di giocare: si diventa giovani, se si riacquista innocenza».