Interviste
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14/01/2004 Il Resto del Carlino IL DIVO BAGLIONI NON HA RIVALI SE NON IL FIGLIO di Nicoletta Giorgetti PESARO — Da cantore tutto zucchero e miele, che stornellava per le belle ragazze del Prenestino, all’artista sofisticato che riempie stadi e palasport. Romantico da far venire i brividi, ma duro e irremovibile quando dice la sua, Claudio Baglioni, che riprende il tour domani sera dal Bpa Palas di Pesaro dopo una caduta dal palco («la gamba sta così così, ma non ho intenzione di fermarmi»), è arrivato, strada facendo, a quota 52. Cinquantadue anni, più della metà passati a cavalcare l’onda del successo, prima nei panni scuri e il volto emaciato, da ‘Agonia’, poi in quelli raffinati del cantautore maturo. Eppure Baglioni è sempre Baglioni. Rimane l’artista italiano misterioso e affascinante. Non le riesce proprio di ‘stare dentro’, o non allinearsi ai colleghi è un voluto strumento di seduzione? «No, per carità. Nessun atteggiamento premeditato — sorride Claudio Baglioni —. Piuttosto direi che lo ‘stare fuori’ faccia parte della mia storia. Non sono mai appartenuto a una schiera, a una parrocchia. Non mi piace avere addosso un’etichetta e questo mi ha portato anche tanti svantaggi». Non sembra un emarginato... «Però mi sono attirato tante di quelle antipatie, a destra e a manca, semplicemente perché quando voglio esprimere le mie opinioni lo faccio e basta. Senza schierarmi». È così anche con la politica? «Questo è un terreno in cui è più difficile muoversi. E oggi è imbarazzante far combaciare le proprie idee con quelle di chi, per primo, non sa da che parte stare. Non mi ci ritrovo proprio in questa continua competizione sempre al limite della rissa». Che cosa fa quando non è sul palcoscenico? Che cosa legge, che musica ascolta? «Non ho veri e propri hobby. Mi manca il tempo per coltivarli. Così, per la stessa ragione, non ascolto tanta musica e non sono più un lettore vorace come una volta. Oggi mi ritrovo a leggere tutto ciò che mi capita sotto gli occhi, anche se nel cuore mi è rimasto Moby Dick, che è un po’ il libro della vita, una sorta di Bibbia laica». E prima di un concerto? «Arrivo sempre con largo anticipo nei palasport. Mi piace fare le cose con calma, provare con i musicisti, salutare gli amici. E poi telefonare a mio figlio: è l’unico gesto, forse un po’ scaramantico, che ripeto ogni volta». Sta parlando di suo figlio Giovanni che, in futuro, potrebbe rubarle la scena? «È possibile, anche se Giovanni non diventerà mai un cantante: è un musicista, ha studiato chitarra classica, ha suonato in un gruppo di heavy metal. Ed è sempre più bravo. Spero solo che non abbandoni mai la musica. Poi il suo ruolo lo sceglierà lui». Lei è in lizza per il Premio alla carriera che verrà assegnato a Sanremo, insieme a Vasco, Renato Zero e Ramazotti. Se lo sente già cucito addosso? «C’è una consuetudine tutta italiana, per cui un premio lo prendi se vai a ritirarlo. E io, nei giorni del Festival, sarò impegnato in un concerto dietro l’altro. Però, chissà, in fondo il diavolo è sempre alla porta...». |