Interviste
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29/02/2004 La
Gazzetta di Parma 29/02/2004 BAGLIONI IN «CRESCENDO» Domani sera alle 21 il suo concerto al PalaRaschi di Fabrizio Marcheselli 37 anni di musica in 3 ore e un quarto, con oltre 30 amatissimi successi interpretati insieme a 9 ottimi musicisti: sono questi i numeri essenziali di Claudio Baglioni e del suo concerto antologico Crescendo in scena domani alle 21 al PalaRaschi; biglietti ancora disponibili e informazioni allo 0521-706214. In una lunga intervista esclusiva per la Gazzetta, Baglioni ha raccontato cosa vedremo domani sera... e molto altro. Il titolo del tour «Crescendo» significa che in fondo lei non è ancora cresciuto? «Il crescendo è un termine tecnico che spiega la fase musicale in cui tutti gli strumenti devono cominciare a suonare sempre con maggiore intensità, fino ad arrivare al punto più alto. Effettivamente c'è anche il discorso del crescendo umanamente e fisicamente. Io non credo di essere definitivamente cresciuto, un po' perché nel mio mestiere si rimane per letteratura senza tempo e un po' perché si ha la speranza di essere in continuo cammino. E poi mi sono accorto che da 37 anni fa la musica e tutto il suo mondo sono la mia casa». E' per questo che la scenografia del suo concerto fa diventare il palco simbolo di una casa con varie stanze? «Sì. Ho pensato che quelli che gravitano intorno a un tour, passano molto più tempo negli spogliatoi di uno stadio o palasport o nei camerini di un teatro, che non nelle rispettive case. Quindi, sembrava quasi lecito costruire davanti agli occhi una casa. Però la casa è anche la metafora della crescita, della composizione. Si parte da una cantina simile a quella in cui cominciai io 37 anni fa con un gruppo beat, e si arriva a una sorta di terrazza e di tetto dal quale tentare di spiccare il volo verso il giorno del concerto». Quando ci si confronta con 37 anni di musica, come si fa a scegliere i brani per un concerto? «E' durissima... un po' come certi commissari tecnici quando devono scegliere la formazione. Il mio concerto dura tre ore e un quarto con un ritmo frenetico: sembra quasi un lungo medley, perché tra una canzone e l'altra c'è lo spazio di un secondo. Cerco di mettere un po' di tutto, seguendo le evoluzioni della casa sul palco: dal rock'n'roll dei primi anni alle canzoni più mature e a quelle più rarefatte, contemplative e sognanti». Procede dunque in ordine cronologico? «Qua e là sì, però non troppo ortodosso, perché altrimenti sarebbe scontato. Più che altro c'è una divisione per generi, per suggestioni». Lei, rispetto al suo pubblico, in cosa si sente simile e in cosa diverso? «Mi sento diverso per il ruolo che ho da portare sulle spalle, perché mi trovo a essere quello conosciuto rispetto a tante persone che non conosco. Per il resto non mi sento diverso in nulla: è stata anche la tematica del mio ultimo disco, dove ho detto Sono io l'uomo della storia accanto». Crede che sia calzante la definizione «cantautore»? «Non ho mai appartenuto a congreghe particolari, tant'è che anni fa alcuni intellettuali fecero un elenco di 'irregolari' dello sport, del giornalismo e dello spettacolo. E io ero uno di quelli, difficilmente catalogabile da una parte o dall'altra. 'Cantautore' mi sembrava una parola un po' cacofonica, però alla fine qualsiasi definizione va bene». Lei, che non si schiera, cosa pensa del mondo della musica diviso tra Festival di Sanremo e «controfestival» di Mantova? «Mi sembra uno spreco essere a favore o contro il Festival. Sanremo è una ricorrenza, è come Capodanno: certe volte lo si passa bene e certe altre lo si passa male. Quando c'è troppa voglia di divertirsi, poi non ci si diverte. L'anno scorso Sanremo ha rappresentato il 2% delle vendite discografiche: indubbiamente la musica potrebbe trovare una cornice migliore, ma in genere non la trova in televisione». Ci vorrebbero artisti come Baglioni per risollevare Sanremo? «Mah... io nel '66 partecipai al primo concorso di voci nuove nel mio quartiere, Centocelle di Roma: si chiamava Festival di voci nuove di San Felice da Cantalice e da allora io non posso tradire questo primo santo!». La televisione non la tenta più dopo il successo di «Anima mia» con Fazio? «Confesso che mi tenta, perché la televisione è il più grande teatro che possa esistere. Però la tv di oggi è eccessivamente competitiva a causa della ricerca dell'ascolto. E' un po' come l'industria discografica: in questi momenti di crisi di identità culturale e artistica, cerca degli stereotipi, dei format, guardando con sospetto qualsiasi forma di devianza e diversità». Da quale idea è partito per rinnovare il suo sito www.baglioni.it? «Ho visto che quasi tutti i siti tendono a diventare grandi archivi poco invitanti. E così ho pensato di mettere un po' di anima e di calore nel mio, cercando di edificare una città fantastica all'interno della quale trovare le informazioni, con una grafica ispirata ai disegni di Hugo Pratt e di tutta la Marvel». Che fine ha fatto il suo inno della Nazionale di calcio, «Da me a te», presentato da lei allo stadio di Parma nel 1998? «Avrebbe dovuto restare per sempre, ma è andato avanti 4 anni, credo a causa del cambio di alcuni settori della Federazione». A Parma lei ha sempre avuto successo. Conosce la città anche al di là del Palasport e del Teatro Regio? «Conosco benissimo l'aeroporto, che ha l'orologio più grande del mondo: durante l'inverno arrivo spessissimo a Parma perché molta parte del mio lavoro viene realizzata tra Parma e Reggio, in due piccoli studi residenziali (con il chitarrista e arrangiatore reggiano Paolo Gianolio, collaboratore storico di Baglioni, ndr). Questo tour e i miei ultimi due dischi sono nati lì». |