Interviste
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IL Mattino 25/03/2004 L’INTERVISTA. Si chiama «Crescendo» il fortunato tour invernale dell’artista romano «CANTERÒ PER MANZELLA» Claudio Baglioni: «A lui una parte del ricavato» di Leandro Barsotti Claudio Baglioni, dopo il grande concerto dell’estate scorsa allo stadio Euganeo lei torna domani e dopodomani a Padova per due spettacoli al palasport San Lazzaro che si annunciano già “esauriti”. Eppure nel Veneto lo si è visto molto ultimamente. Significa che il suo pubblico non è mai sazio? «Sono sorpreso, perchè questo non è certo un periodo d’oro per la musica, eppure il mio spettacolo nei palasport continua ad essere richiesto in tutta Italia. Siamo a 56 concerti, il doppio di quello che prevedavamo. Stiamo stabilendo il record della tournée più lunga nei palazzetti italiani». Il concerto di Padova ha però un sapore particolare. E’ un concerto benefico, a favore di un ragazzo che ha una storia sfortunata. «Sì, Padova è la prima di otto date dedicate ad Alessandro Manzella, un ragazzo padovano la cui storia mi ha colpito molto». E come è nato questo progetto solidale? «E’ nato perchè la Sai Fondiaria ha voluto collaborare con noi. La Sai è l’assicurazione che ha vinto la causa contro Manzella, ma poi ha deciso di trovare un modo per aiutarlo. Le cose belle possono nascere dalla collaborazione di tutti. Questo progetto è nato in gran parte nel salotto di Maurizio Costanzo, ma poi c’è stata un’attenzione forte dei media verso la storia di Alessandro. Quando abbiamo pensato di aiutarlo, abbiamo trovato una formula vincente: la sponsorizzazione al mio concerto della Sai Fondiaria sarà in parte girata alla famiglia del ragazzo. Rispetto a tante storie che finiscono male questa è una storia di controtendenza». Incontrerà Alessandro Manzella durante questo breve soggiorno padovano? «Ho intenzione di incontrare Alessandro sabato mattina. La sua è una storia forte, dolorosa e coraggiosa, io sto solo cercando di stargli vicino». Perchè il suo nuovo show si chiama «Crescendo»? «E’ un titolo nato citando il termine musicale, quando la musica si fa sempre più forte e va verso il culmine. Ma è un crescendo anche umano perchè racconto 36-37 anni ormai di storia, le canzoni seguono una dietro l’altra, racconto la mia storia di artista, che comincia da una cantina per poi passare alle stanze di una casa, e poi salire sulla terrazza e sul tetto... Ho disegnato un palco fatto come una casa, e l’idea mi è venuta perchè noi artisti passiamo più tempo nei camerini dei teatri che non in una vera casa. Allora in un certo senso invito le persone in questo spettacolo che è diventato quasi casa mia». Casa, famiglia, affetti. Sono concetti che tornano spesso nelle sue canzoni, e inevitabilmente anche nei suoi pensieri. «Tutti tendiamo sempre ad allontanarci da ciò che abbiamo, c’è sempre qualcosa che ti spinge ad andar via, qualcosa che somiglia alla fuga da ciò che hai, però le cose che cerchi in giro te le ritrovi vicino. I tuoi affetti, il tuo nucleo familiare, le persone che più ti conoscono e più ti vogliono bene: se non altro per ripartire nuovamente». Partire, tornare... Dopo il tour partirà per una meritata vacanza? «Vorrei andare sul Mar Rosso, fare delle immersioni, rilassarmi». E scrivere brani nuovi? «Forse, anche. Vorrei provare a scrivere canzoni per altri artisti, finora non l’ho mai fatto». Ha un ricordo della sua famiglia, di suo padre per esempio? «Quando mi portò la prima volta allo stadio, all’Olimpico. Giocava la Roma, anche se mio padre tiene per la Lazio. Fu così, guardando quella partita, che io diventai romanista». E il calcio lo segue ancora? «Certo, come tutti gli italiani. Vado anche allo stadio qualche volta, più spesso seguo le partite importanti alla televisione». Anche l’ultimo derby romano sospeso e ora oggetto di molte polemiche? «Il calcio ovunque ha preso dimensioni assolutamente esagerate, ciò che avviene nel pianeta calcio non è ammissibile da altre parti, pare che nello stadio tutto sia giustificato. Prima o poi finirà. Il calcio non è più uno sport, non c’è cultura sportiva, non c’è tolleranza. Saper perdere è importante, invece. Ma il derby di domenica scorsa mi ha messo anche un po’ di angoscia». Angoscia dovuta a che cosa? «Al fatto che così tante persone non credessero alla versione ufficiale delle forze dell’ordine. Questo è drammatico, si è perso di vista il concetto della fiducia verso la pubblica sicurezza. E’ una vergogna che esteticamente lo stadio debba essere pieno di reti, di cani e coccodrilli per tenere i tifosi lontani... In Inghilterra i tifosi sono sul campo, ed è bellissimo: non so perchè da noi non ci sia la volontà politica, civile e sportiva affinchè il calcio sia considerato uno sport, uno spettacolo, non un teatro di guerra». Ha citato la parola guerra, ed è inevitabile pensare al periodo storico che stiamo vivendo: guerre, ma anche feroce terrorismo e paura diffusa. Lei, da osservatore del mondo, che idea si è fatto di questi anni di conflitto? «Noto che cresce la cultura del sospetto reciproco, vedo che c’è una pericolosa lotta tra civilità. Non si accetta l’altro o il diverso, nemmeno chi ha culture differenti. Ma così non si va da nessuna parte, si alimenta la diffidenza, la paura verso chi arriverà. Evidentemente ci sono delle leggi economiche che passano sopra le nostre teste, e nemmeno si capiscono. Fino al 1990 c’era la lotta tra un’idea politica e un’altra, oggi si ha la percezione di essere confusi, di non sapere mai quale sia l’obiettivo di una parte o di un’altra». Questo è il Baglioni pessimista? «Io sono una persona che verso il futuro mi pongo sempre in modo ottimista, il futuro è ciò per cui viviamo, e dobbiamo crederci. Però sono ancora pessimista per questo presente che non capisco. Mi auguro che arrivi un orizzonte nuovo. Siamo tutti alla ricerca di qualcosa, speravamo nell’inizio del nuovo secolo, ma non è successo niente, anzi, sono successe cose che non avremmo mai voluto vedere». Il Baglioni sorridente e ottimista lo vedremo al palasport San Lazzaro? «Oggi ci trattano tutti come numeri, come percentuali, come audience. Allora nel concerto cerchiamo di guardarci in faccia, di comunicarci qualcosa come persone. Questo mio concerto ha avuto un suo passaparola, è semplice e particolare, è dinamico, si vede bene e si ascolta bene. E’ un concerto che mi sorprende e mi diverte ogni volta, e quindi non posso che viverlo con ottimismo». Quando ha iniziato la sua carriera, però, non sempre dimostrava ottimismo per il futuro artistico... «Ho passato momenti difficili, come tutti. Forse di più negli anni Settanta». Era un personaggio insolito in quel periodo: c’erano i cantanti tradizionali e c’erano i nuovi cantautori in gran parte politicizzati. Lei non era nè una cosa nè l’altra. Cos’era? «Ero un lupo solitario, in effetti. Non ho mai avuto tessere di appartenza a questa congrega o all’altra. Sono un irregolare, quindi in quegli anni vivevo con un senso a volte di difficoltà. Non essere catalogato crea crisi di identità, uno si sente un lupo solitario. Però adesso sono contento che sia andata così». E adesso come si sente? Ancora lupo solitario? «Mi sento un artista autonomo e libero, come dovrebbero essere tutti gli artisti del mondo. Un artista è un cittadino che ha una voce forte. Credo di essere questo». |