| http://magazine.libero.it 22/09/2005
Notizia del 22 settembre 2005 - 17:40
«La musica non guarisce il mondo»
Parola di Claudio Baglioni che alla presentazione di "O'scia"
precisa: «L'uomo e l'artista non sono la stessa cosa: vi spiego perché»
Metti una mattina come tante altre in un albergo a
Roma. Metti che sali, svogliato, le scale. Metti che arrivi all'ultimo
piano e non solo non credi ai tuoi occhi ma non credi neppure alle tue
orecchie: Claudio Baglioni è lì, a dieci metri da te, che suona e canta al
pianoforte "Volare" davanti a una ventina di persone. E tu, che da sempre
hai deriso i suoi fan, rimani senza parole, con un brivido lungo la
schiena.
È iniziato così, per me,
l'incontro con Claudio Baglioni, che
alcuni giorni fa ha presentato alla stampa il suo "O'scia"
(Odori, suoni, colori delle isole dell'alto mare), piccola
Woodstock all'italiana dedicata al tema dell'immigrazione
in programma sulla spiaggia di Lampedusa dal 23 al 25
settembre prossimi. Uno spettacolo (gratuito) d'altri
tempi che si svolgerà su un piccolo palco vicino al mare,
davanti ai bagnanti in festa, con lo scopo di
sensibilizzare l'opinione pubblica al difficile tema
dell'immigrazione clandestina.
Ma come e perché è nata questa
manifestazione? Può la musica affrontare e risolvere un
tema tanto delicato? Come e quando un artista deve
impegnarsi nel sociale? Ecco cosa ha risposto il noto
cantautore romano.
Partiamo dall'inizio, e
cioè dal nome della manifestazione. "O'scia", che cosa
significa di preciso?
"O'scia" in dialetto siracusano sta per "fiato mio, mio
respiro". È un'espressione molto dolce che si usa in
situazioni di estrema confidenza. L'abbiamo scelta
partendo dall'idea che il respiro è il primo alimento
dell'uomo.
"O'scia" è nata ed è
dedicata al tema dell'immigrazione clandestina. Ce n'era
davvero bisogno?
Oggi molti di noi tentano di liquidare questo
problema con una semplice frase: «I centri di accoglienza
sono pieni». Il resto non conta. Non è così: il tema
dell'immigrazione clandestina è un tema molto delicato, ci
deve far riflettere su un mondo che provoca infelicità.
Non solo in chi è povero ma anche in chi, come noi, è
considerato ricco. Con questa manifestazione vogliamo
andare oltre la dolorosa cronaca quotidiana degli sbarchi
per sensibilizzare la politica, le istituzioni, le
amministrazioni locali i media e l'opinione pubblica sulla
necessità di non abituarsi a convivere con l'emergenza. Io
credo che anche chi non è interessato al problema e
liquida il tutto con "se ne stiano a casa loro" deve
cominciare a riflettere. Bisogna tentare in ogni modo di
rovesciare una prospettiva diffusa: da diffidenti dobbiamo
diventare confidenti
Hai avuto problemi a
convincere i tuoi colleghi a partecipare?
Sinceramente no, le adesioni sono state moltissime. Di
solito questo tipo di manifestazioni funzionano bene il
primo anno, quando inviti gli amici. Ma quando gli amici
finiscono iniziano i problemi. Non in questo caso: abbiamo
adesioni anche per il prossimo anno.
Perché secondo te, i tuoi
colleghi hanno aderito in massa?
Forse per l'aspetto genuino che è riuscito a mantenere
questo evento nononstante il successo ottenuto. Si sale
sul palco, e si canta liberi dal pomeriggio alla sera,
senza lo stress dovuto al circolo mediatico dei grandi
concerti. I miei colleghi non vengono solo come artisti,
vengono come uomini. Qui non giochiamo a pallone, facciamo
solo quello che sappiamo fare: cantare. E tutti noi
abbiamo una dimensione molto meno divistica, più semplice.
Lo scorso anno siamo stati sorpresi da un violento
temporale; non ci siamo persi d'animo: abbiamo preso un
paio di ombrelli, una chitarra, siamo saliti sul palco e
davanti alla gente entusiasta abbiamo cantato tutto quello
che ci è passato per la testa. È stata la giornata più
bella di tutto la manifestazione.
Qualcosa di profondamente
diverso dal Live8, per intenderci...
Sì, in effetti, quello è stato un grandissimo
evento mondiale. Ma con tutti i problemi e lo stress che
questo comporta: artisti agitati prima di salire sul
palco, liti furibonde tra manager per il tempo trascorso
dai loro pupilli sulla scena o in Tv...
Se te lo proponessero,
parteciperesti di nuovo?
Perché no?
La musica è un trait
d'union tra le persone? Può risolvere problemi seri come
l'immigrazione?
La musica unisce le persone, non è una novità, lo
fa da sempre. Di sicuro però la musica non guarisce il
mondo: bisogna esserne consapevoli. Il mondo guarisce
dentro ognuno di noi, nella nostro vivere quotidiano.
Dobbiamo essere consapevoli che siamo tutti colpevoli e
responsabili di ciò che succede. Attualmente siamo un
esercito di crocerossine che soccorre i morti. Dobbiamo
diventare un esercito di militari-militanti. Dobbiamo
partecipare, essere cittadini del mondo. Se i problemi
fossero solo dei politici basterebbe prenderli uno a uno e
sbarazzarci di loro. Non è così
L'uomo e l'artista, uniti
nel sociale, diventano dunque la stessa cosa?
Respingo totalemte questa idea, soprattutto dopo un
incontro che ho avuto con Peter Gabriel. Negli anni '70 ho
sofferto molto perché era obbligatorio identificare
l'impegno delle canzoni con l'impegno dell'uomo. Non è
così: il cantante, l'artista, può essere anche un
visinario e non per questo essere meno incisivo nella vita
degli altri. Chi l'ha detto che se uno canta una
straordinaria canzone d'amore non aiuta a riflettere
sull'immigrazione clandestina?
A Lampedusa lo spettacolo di
quest'anno si preannuncia davvero irripetibile.
Parteciperanno tra gli altri Bob Geldof, Antonello
Venditti, Gianni Morandi, Biagio Antonacci, Gigi
d'Alessio, Luca Barbarossa, Amadeus, Fabrizio Frizzi, Pino
Insegno e Claudia Gerini.
Alessandro Gennari |