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Lampedusa

Certi incontri sono come gli scambi dei binari. Uno spostamento appena percettibile e la vita cambia scena. Nulla è più come prima. Terra, cielo, pensieri. Nulla. Con Lampedusa è andata così. La prima avvisaglia, nell'estate '98. Un'alba mai vista (e mai più rivista), che sale sulla terrazza di Villa Igiea, a completare il sogno del concerto al "La Favorita" di Palermo e a portare l'annuncio di un nuovo incontro. Un incontro di quelli che cambiano il nostro orizzonte. Poche ore dopo, infatti, approdavo -per la prima volta- nel cuore ocra, bianco e blu di Lampedusa, insieme a Linosa "isola d'alto mare". Da allora, ogni volta che posso, sono qui. Anche quest'estate, dopo il concerto al Cibali di Catania, che chiudeva il tour nei grandi stadi. Qui, per calare l'àncora e tirare il fiato. Ma, soprattutto, per gettare le reti e raccogliere pensieri nuovi e nuove emozioni. Che salgono alla superficie della coscienza limpidi e profondi come questo mare. Forti, come questa terra che contende la vita al Mediterraneo e allo sguardo -talvolta un po' troppo distratto- della storia e indossa con fierezza le rughe che il vento disegna sulla sua pelle. E quando sei in mare, nell'equilibrio -imperfetto e affascinante- tra i misteri della superficie e quelli delle profondità, puoi lasciarti cullare dalla prima musica che il mondo abbia mai sentito: il vento. Una musica che, qui, dà il meglio di sé, con il contrappunto infinito delle onde del mare. Una musica dalla ricchezza dinamica senza uguali: dal pianissimo di una bava che solletica appena la sabbia, al fortissimo di un uragano capace di cambiare i connotati al mondo. Una musica che, da millenni, disegna i lineamenti di questa terra. Scolpisce colline, scogli, calette, baie. Esattamente come la musica degli uomini fa con il nostro cuore. Modellando lui e noi. Accarezzando e graffiando. Ferendo o sanando vecchie e nuove ferite. Ed è forse per questo che ho subito amato il modo di salutare della gente di qui. Quel "O' scia'" che trovo il saluto più amorevole e carico d'emozione al mondo. "Fiato mio". "Mio respiro". Cosa si può dire di più? Cosa augurare di più importante e profondo dell'alito della vita, l'energia sconosciuta che rende uomini i corpi? E il respiro è, appunto, la prima e l'ultima musica di ogni uomo. Ecco, allora, il perché di questo concerto a Lampedusa, sulla spiaggia di Guitgià (che -curiosamente- nasconde le iniziali della radice di chitarra: guit). Per salutarci, tra inquilini della stessa vita e scambiarci il respiro. Con la speranza che queste canzoni possano regalare a voi fiato nuovo per la vostra strada, così come le vostre emozioni, lo fanno per la mia. Un concerto fatto a mano, semplice ed essenziale, come questo neo affascinante di terra che decora la pelle verde-azzurra del mare. Sussurrato, come un respiro. Una serenata, un canto d'amore e d'augurio per queste isole e per la gente che vive qui, sul bordo estremo d'Italia. Per la forza e la passione che si respira in questa piattaforma mediterranea -selvaggia e selvatica, aspra e innocente al tempo stesso- che il cuore, lo sguardo e la ricchezza della sua gente riesce a trasformare, ogni giorno, da approdo di disperazione in porto di speranza. Quest'isola a volte abbandonata che mai abbandona, l'isola dell'incontro, che sarà il laboratorio nel quale si plasmeranno, sempre più, i nostri destini e che darà nuovo fiato al cammino delle molte anime in bilico sul filo teso della vita.
C.Baglioni