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Il mattino
30/11/2005
Voglio scoprire la città del sogno
di Claudio Baglioni
"Ho visto che in italiano esistono due parole, sonno e sogno, dove
il napoletano ne porta una sola, suonno. Per noi è la stessa
cosa". Incanta questa identità, raccolta tra i bassi di Montedidio
da Erri De Luca. Incanta e dà da pensare. Pensare a Napoli,
coltivando, per una volta, il silenzio e facendosi isola, per
trovare un punto d'osservazione lontano dagli scorci fin troppo
ritoccati di certe cartoline, dalla simbologia rituale e stantìa
che manda in onda, in tutto il mondo, il "luogo comune" Napoli;
lontana dalla pruderie e dal formulario semplificato e talvolta
irritante delle cronache, quasi mai esaltanti, di televisioni e
giornali.
Pensare a Napoli, non al "fenomeno Napoli". Al volto, non alla
maschera. Alla voce, non all'imitazione. All'anima, non al
"corpo". Tuffarsi come ci si tuffa in mare, per lasciarsi alle
spalle la superficie e immergersi verso le profondità. Qualcosa
che, come per il mare, richiede preparazione e attenzione, ma,
soprattutto, rispetto.
Allora, forse, noi che la guardiamo da fuori senza capirla mai
veramente, noi che ne siamo attratti e respinti allo stesso tempo,
affascinati e storditi, innamorati e spaventati, ci renderemo
conto che non è un caso che la lingua di qui viva e proponga
questa identità. Perchè Napoli sogno lo è davvero. Tanto che
sembra che i suoi "mali" le siano stati buttati addosso apposta
dalla divinità che distribuisce i talenti, per cercare di
compensare quanto di più era stato donato allo spirito,
all'intelligenza, all'ironia, alla creatività, all'invenzione e al
senso della vita di questa città. Come in un tentativo, tardivo e
maldestro, di non umiliare realtà meno fortunate, nelle quali il
bello è pur sempre bello, ma raramente riesce, come qui, ad
elevarsi sino a divenire sublime.
Un grande scrittore americano diceva che "un uomo che non sogna è
come un uomo che non suda: accumula in sè riserve di veleno" e mi
piacerebbe che il sogno di questa prima notte bianca, nella quale
mille artisti cercheranno di fare del loro meglio per "rubare la
scena" alla città, alle sue luci, al suo mare e alla sua gente,
servisse soprattutto a questo: a purgarci da ogni veleno, a farci
bucare la superficie e scendere in profondità per incontrare la
Napoli di dentro. Quella che, malgrado la zavorra accumulata nel
corso della sua lunga e, certo non facile, storia, riesce sempre a
sconfiggere la forza di gravità dell'esistere e a levarsi in volo,
lasciando tutti lì, con gli occhi alzati e la bocca aperta, ad
ammirarla, increduli.
C'è una parola che, ogni volta che vengo, mi accoglie ancora prima
che lo facciano l'odore del mare, la filigrana di questa luce
(così diversa da quella che brilla a soli duecento chilomentri da
qui) o la voce inconfondibile della sua gente: la parola passione.
Passione intesa nel doppio significato di amore e sofferenza,
perchè credo che in pochi angoli del pianeta amore e sofferenza si
fondano con altrettanta intensità, riuscendo a dar vita ad una
così grande varietà e qualità di frutti. La stessa varietà e
qualità che daranno, fondendosi, i colori-simbolo dei cinque
itinerari di questa prima Notte bianca di Napoli: un arcobaleno di
occhi e di cuori che ricorderà a tutti l'urgenza di dare più
umanità a questa nostra umanità umiliata e offesa e di insegnare a
eliminare le diffidenze per apprezzare le differenze. Le stesse di
cui tutte le città, e non solo Napoli, sono figlie.
E vorrei che questo fosse anche il senso del nostro appuntamento
delle prime ore del mattino in Piazza del Plebiscito e che questo
"passare la notte in bianco" ritrovasse lo spirito del suo
significato originale: una notte di veglia, tra pensieri e parole
non banali, in attesa di un giorno importante. E quando anche
l'eco delle ultime note si sarà dissolta e la luce tornerà ad
illuminare questa città, il nostro "suonno" non svanirà, così come
non svanirà il brivido di aver appoggiato insieme, per una notte
almeno, l'orecchio sul petto del Mediterraneo e aver ascoltato la
voce rassicurante del suo sciabordio. |