| LE EMOZIONI DELL'ANIMA
«Ci spaventa parlare d'amore», scrive il
grande cantautore. «È la parola più usata, sicuramente la
più abusata. E come ogni parola può essere tutto o nulla:
dipende da noi, dalla nostra capacità di mantenere ciò che
promette».
«Ma non lo so dire...». Già. Era così allora. E mi accorgo
che, malgrado questi lunghi anni di note e parole, è così
anche oggi. Ma non credo sia un limite dell'artista. Credo
che il limite sia nell'uomo. In ogni uomo. Non contano né
l'abilità di cucire insieme testi e musiche che sappiano
scendere più o meno in profondità - arte o mestiere che
sia -, né la platea sconfinata, modesta o di un unico
interlocutore che abbiamo di fronte.
Conta la categoria con cui ci si confronta, nella
solitudine, nella coppia, in famiglia, con gli amici,
nella folla. Perché il valore in campo è così alto che
racchiuderlo nella camicia di forza delle parole è quasi
impossibile. L'arte - e, quindi, anche la musica - aiuta,
ma non risolve. Si mette tra noi e il senso ultimo delle
cose e concorre a illuminare la strada, ma sta a noi
assumere la fatica e i rischi del viaggio.
La parola, l'invenzione più grande È il percorso
dall'anima (dove l'amore prende forma e noi acquisiamo
coscienza di lui) alla mente (dove il pensiero ne elabora
l'essenza), alla parola (dove la definizione prende voce):
è un percorso, inevitabilmente, imperfetto. Ad ogni
passaggio, infatti, ci allontaniamo dal "cuore" del
problema e perdiamo qualcosa nella capacità di coglierne
valore, senso e missione.
La parola è tutto quello che abbiamo (probabilmente
l'invenzione più grande dell'uomo), ma le "grandi"
questioni - la vita, la morte, il dolore, l'amore appunto
- rivelano tutti i limiti di questa straordinaria
invenzione. Forse è per questo che ci spaventa parlare
d'amore. C'è disagio, paura, inadeguatezza, pudore.
Probabilmente è la parola più usata. Sicuramente la più
abusata. Poche altre, infatti, patiscono così tanto
l'erosione dell'inflazione. Dire: "ti amo", quando non è
così, è un delitto. Un delitto inferiore solo a quello che
commettiamo quando, pur sentendo di amare, non lo diciamo.
Come ogni parola, anche l'amore può essere tutto o nulla.
Non dipende da lui. Dipende da noi. Dalla nostra capacità
(o incapacità) di mantenere ciò che quella parola
promette.
In questo senso, l'uomo (l'umanità, nel suo grande viaggio
collettivo, ma anche ciascuno di noi, nel corso del
proprio piccolo viaggio personale) procede per tentativi.
Per approssimazioni successive. Si avvicina. A volte gli
sembra di essere a un passo e, invece, si accorge che
manca ancora qualcosa.
Manca sempre qualcosa.
L'uomo: il finito che cerca l'infinito.
La distanza si riduce ogni volta un po', ma non si annulla
mai del tutto.
Probabilmente perché, mentre dentro di sé l'uomo ha
coscienza dell'infinito, tutto, intorno a lui, è finito.
Un conflitto che non abbiamo modo di sanare.
Ha, è vero, il grande merito di farci tendere a quell'infinito,
ma è anche responsabile della sofferenza che ci deriva dal
non riuscire mai a vedere pienamente soddisfatta questa
sete. Così, anche nell'amore.
Forse per questo lo cerchiamo sempre, senza fine e senza
macchia, nella coppia, tra genitori-figli, nell'amicizia
(secondo alcuni la forma d'amore più alta), nell'amore per
gli altri e per la vita.
E, quando finisce o rivela certe impurità, ce la prendiamo
con lui.
Errore di prospettiva: confondiamo cause ed effetti.
Se non siamo noi il suo strumento, ma pretendiamo che lui
diventi il nostro, non possiamo, poi, scaricare su di lui
la responsabilità per errori che sono nostri, non suoi.
Non è l'amore che delude l'uomo, ma
l'uomo che delude lui. Anche perché, mentre lui è sempre
all'altezza del suo mandato, la stessa cosa, purtroppo,
non si può dire di noi.
Non sappiamo da dove arrivi, ma, quando si perde, ci
affanniamo a domandarci dove finisca e, soprattutto,
perché. Un perché introvabile, ancora di più di quello del
suo apparire. E il vuoto che lascia è sempre più grande di
quello che aveva colmato, arrivando. E rimaniamo così,
come se non ci restasse altro che accettare
l'incomprensibile inevitabilità del suo dissolversi.
La più grande energia dell'uomo.
Mistero, dunque. Mistero trovarlo, mistero viverlo,
mistero perderlo.
Per questo: «Non lo so dire». Ma è certamente l'energia
più grande che l'uomo sia in grado di produrre. L'unica
che riesca a fargli fare cose di cui non si immaginerebbe
capace. Il miracolo che rende l'uomo capace di miracoli.
E, forse, se trovassimo il coraggio di non confinarlo
all'atto che origina la vita, se non lo tradissimo,
facendone merce di scambio, se riuscissimo a guardarlo
negli occhi e ascoltare quello che ha da dire, e ci
decidessimo a adottarlo come bussola per la nostra
navigazione, ci accorgeremmo che la risposta a molte
piccole-grandi domande, che ci piovono addosso e dalle
quali, spesso, ci sentiamo perseguitati, è più vicina di
quanto immaginiamo. Come diceva un grande musicista:
Love is the answer (L'amore è la risposta).
E, spesso, la differenza tra pensarsi,
dirsi o essere davvero degni dell'appellativo "uomo" è
tutta lì.
Claudio Baglioni
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